La storia di Saverio Pastor interessa chi vuole capire come nasce un’immagine che non si limita a decorare, ma documenta un mestiere vivo. Non parlo di un fotografo: parlo di un remèr veneziano, uno degli ultimi maestri delle forcole e dei remi tradizionali, la cui officina racconta Venezia meglio di molte cartoline. Qui trovi chi è, perché conta e come leggerlo con attenzione visiva, soprattutto se ti interessano fotografia documentaria, cultura materiale e identità della città.
Tre cose da sapere prima di guardare questa storia con occhi fotografici
- Pastor è un artigiano veneziano specializzato in forcole e remi, non un fotografo.
- Il suo laboratorio vicino alla Salute è un soggetto ideale per la fotografia documentaria perché unisce gesto, materia e spazio.
- Le forcole sono oggetti tecnici, ma la loro forma le rende anche fortemente scultoree.
- Il volume Forcole mostra che il suo lavoro ha una dimensione visiva e narrativa autonoma.
- Per raccontarlo bene conviene puntare su luce, mani, strumenti e contesto, non sul cliché turistico.
Chi è Saverio Pastor e perché conta nella fotografia documentaria
Se si cerca un profilo netto, il dato essenziale è semplice: Pastor è un maestro remèr nato a Venezia nel 1958. Sul sito del laboratorio si legge che tra il 1975 e il 1980 ha lavorato con due figure storiche della tradizione, Giuseppe Carli e Gino Fossetta, assorbendo un sapere di bottega che non si impara sui libri. Nel 1980 apre il proprio laboratorio e, dal 2002, lavora nello spazio di San Gregorio, vicino alla Madonna della Salute. Questa continuità conta molto: non sta rievocando un mestiere scomparso, lo sta ancora praticando.
Per chi osserva con occhio fotografico, è proprio qui che la storia diventa interessante. La biografia non è separata dal luogo, e il luogo non è separato dagli oggetti che produce. C’è anche un dettaglio non secondario: il volume Forcole, un’antologia di scritti e fotografie pubblicata nel 2001, mostra che il suo lavoro è già stato letto come racconto visivo oltre che come artigianato. Da qui il passaggio verso la fotografia documentaria è naturale, perché il soggetto porta già in sé ritmo, materia e memoria. E quando un mestiere contiene tutto questo, il laboratorio diventa la prossima tappa obbligata.

Il laboratorio veneziano come scena visiva
Il laboratorio in Fondamenta Soranzo, non lontano dalla Guggenheim Collection e dalla Salute, è uno di quei luoghi in cui il soggetto fotografico si costruisce da solo. Trucioli, pialle, seghe, legni accatastati, superfici segnate dal lavoro: tutto parla prima ancora che entri una persona nell’inquadratura. Io lo leggerei così, senza cercare effetti: come un ambiente in cui la materia conserva le tracce delle mani che la lavorano.
- La mano, perché il gesto del remèr è parte del racconto, non un dettaglio accessorio.
- La materia, perché il legno cambia tono, venatura e peso a seconda dell’uso previsto.
- La luce laterale, che fa emergere curve e incisioni meglio di una luce piatta.
- La scala, utile per mostrare quanto una forcola sia insieme utensile e forma plastica.
Io eviterei di entrare con l’idea di “documentare l’artigiano” in modo generico. Meglio osservare il ritmo del lavoro: preparazione, scelta del pezzo, sagomatura, prova, correzione. In fotografia questa sequenza vale più di una posa ben illuminata, perché restituisce il tempo del mestiere, non solo la sua superficie. Ed è proprio da questa sequenza che si capisce come il laboratorio sia già narrazione.
Fórcole, remi e materiali fanno capire il senso del lavoro
Per capire davvero questo mestiere bisogna andare oltre l’estetica delle curve. La fórcola è il sostegno su cui appoggia il remo nelle barche veneziane tradizionali; la sua forma non è decorativa, ma funzionale a un modo di remare in cui il vogatore sta rivolto in avanti e controlla la barca con un solo remo. È una tecnologia locale, precisa, e proprio per questo affascinante da fotografare.
| Elemento | Funzione | Perché conta visivamente |
|---|---|---|
| Fórcola | Supporta e guida il remo | Linea scultorea, curvature, ombre nette |
| Remo veneziano | Propulsione e manovra | Lunghezza, diagonali, ritmo visivo |
| Noce, pero, ciliegio | Legni usati per le forcole | Tonalità calde, venature, segni di usura |
| Ramin e faggio | Legni usati per i remi | Contrasto tra fusto e pala, estetica sobria |
Il punto non è solo riconoscere i materiali, ma capire che ogni scelta risponde a un uso. Quando la forma è vincolata dalla funzione, la fotografia trova spesso il suo terreno migliore: il dettaglio non è un abbellimento, è un indizio. E infatti è così che il lavoro di Pastor supera il confine tra utensile e oggetto d’arte. Da qui si apre un tema più ampio: cosa dice questa pratica della Venezia di oggi?
Cosa racconta sulla Venezia che vive e lavora
Qui entra in gioco il rapporto tra artigianato e città. Pastor ha fondato El felze nel 2002 per riunire i mestieri legati alla gondola, alle sue attrezzature e perfino agli elementi dell’abbigliamento del gondoliere. È una scelta importante, perché dice che la tradizione non si salva da sola: va tenuta insieme come un ecosistema, non come una serie di pezzi separati.
Io trovo molto forte anche un altro passaggio: alcune sue forcole sono arrivate in collezioni e musei internazionali. Questo sposta la lettura dal solo uso quotidiano alla dimensione culturale, ma senza annullare la funzione. In altre parole, non stiamo guardando un oggetto morto in vetrina; stiamo guardando una forma che continua a servire e proprio per questo acquista valore simbolico. È un’idea molto utile anche per chi fotografa, perché impedisce di ridurre Venezia a pura scenografia.
La lezione è chiara: la città non vive soltanto di facciate, ma di competenze che la rendono possibile. Ed è su questo terreno che la fotografia documentaria smette di essere souvenir e diventa lettura del presente. A quel punto la domanda cambia: come si fotografa tutto questo senza cadere nei cliché?
Come fotografare questa storia senza cadere nei cliché
Se dovessi fotografare questa figura, partirei da una regola semplice: non cercare solo il volto, cerca il mestiere in azione. La forza del soggetto sta nella combinazione di mani, oggetti, spazio e tempo, e quindi l’immagine migliore spesso è quella che lascia entrare il contesto.
- Usa un’inquadratura media per tenere insieme persona e ambiente. Un 35 mm o un 50 mm funziona bene perché non schiaccia il laboratorio e non lo trasforma in una scena anonima.
- Conserva i segni del lavoro: trucioli, utensili, tavoli consumati, pezzi appoggiati in prova. Sono i dettagli che raccontano la verità del luogo.
- Proteggi la luce naturale. Una luce laterale o morbida fa emergere le curve del legno meglio di un flash aggressivo. Se la scena è contrastata, meglio esporre per le alte luci e recuperare il resto con pazienza.
- Scatta in sequenza. Prima il gesto, poi la mano, poi l’oggetto finito. La narrazione cresce così, non con una sola immagine “bella”.
- Evita l’estetica da cartolina. Venezia è già stata fotografata mille volte come sfondo; qui funziona di più il mestiere che la veduta.
Questa impostazione vale anche fuori dal laboratorio: se vuoi capire un artigiano, devi fotografare ciò che lo collega al suo oggetto, non soltanto l’oggetto in sé. E proprio questa differenza separa una foto decorativa da un vero racconto documentario. Rimane allora un’ultima domanda: perché questa storia continua a essere utile anche oggi?
La lezione più utile per chi legge immagini e città nel 2026
La storia di Pastor resta interessante perché mette insieme tre cose che raramente coincidono: una tradizione ancora viva, un oggetto tecnicamente preciso e una forte qualità visiva. Se cerchi un ritratto utile, qui trovi molto più di un nome: trovi un modo concreto di leggere Venezia attraverso il lavoro, non attraverso la nostalgia.
Per me è questo il punto decisivo. Quando l’artigianato mantiene funzione, forma e memoria nello stesso gesto, la fotografia documentaria ha un materiale rarissimo: non deve inventare il significato, deve solo saperlo vedere. E, quando lo fa bene, restituisce non solo un volto o un oggetto, ma un pezzo di città che continua a vivere.