Castel Romano, il villaggio attrezzato da capire meglio

Giuliano De rosa .

16 maggio 2026

Un T-Rex scheletrico domina il centro del campo rom Castel Romano, circondato da negozi e gente che fa shopping.

Castel Romano è uno di quei luoghi in cui urbanistica, politiche sociali e rappresentazione pubblica si sovrappongono senza coincidere davvero. Qui contano la posizione periferica, il peso delle parole usate per descriverlo e il modo in cui le istituzioni stanno cercando di superare il modello dei villaggi attrezzati. In questo articolo ricostruisco che cosa c’è davvero, quali dati ufficiali aiutano a leggerlo e perché un posto così va raccontato con attenzione, senza stereotipi né semplificazioni.

I punti essenziali da tenere a mente

  • Castel Romano è un insediamento della periferia sud di Roma, lungo la Pontina, e non solo un punto sulla mappa.
  • Nei documenti ufficiali di Roma Capitale prevale la formula villaggio attrezzato, che cambia il modo di leggere il tema.
  • I dati più recenti richiamati nei documenti capitolini parlano, al 31 dicembre 2022, di 439 persone e 211 minori presenti nel villaggio.
  • Nel 2026 è in corso un progetto di accompagnamento e inclusione con un budget di 2.398.062,93 euro e scadenza al 31 ottobre 2026.
  • Il nodo vero non è solo il luogo, ma l’intreccio tra documenti, scuola, lavoro, casa e accesso ai servizi.
  • Da un punto di vista documentaristico, Castel Romano va letto come un caso di cultura urbana e di disuguaglianza, non come una scenografia del degrado.

Che cosa indica davvero l’insediamento di Castel Romano

Quando parlo di Castel Romano, non penso a un’area isolata nel vuoto, ma a un pezzo di città costruito ai margini e tenuto per anni dentro una logica di separazione. Nei documenti di Roma Capitale ricorre la definizione di villaggio attrezzato: una formula amministrativa che segnala la presenza di un’area organizzata per ospitare nuclei familiari Rom e Sinti, con servizi e controlli concentrati in un perimetro distinto dal resto della città.

La collocazione lungo la via Pontina, nella fascia sud di Roma, non è secondaria. La distanza dai nodi urbani più accessibili pesa sulla vita quotidiana molto più di quanto sembri: spostarsi, accompagnare i figli a scuola, raggiungere un ufficio, sostenere una visita medica o un colloquio di lavoro diventa più complicato quando il luogo stesso è pensato come periferia della periferia. Qui la geografia non è un dettaglio: è una condizione sociale.

Per questo, se ci fermiamo al nome “campo”, perdiamo metà del quadro. Il punto non è solo dove si trova Castel Romano, ma che tipo di rapporto la città ha costruito con chi ci vive. E da qui si capisce meglio perché il dibattito si sposti rapidamente dal territorio alle politiche pubbliche.

Perché il nome orienta già il dibattito pubblico

Le parole non descrivono soltanto: selezionano ciò che il lettore vede per primo. In questo caso, le etichette più diffuse producono effetti molto diversi. Io ci farei attenzione, perché il lessico può aprire alla comprensione oppure chiuderla dentro uno schema già pronto.

Termine Cosa indica Effetto sul dibattito
Campo Formula colloquiale, spesso usata dai media e nel linguaggio comune Rischia di ridurre tutto a emergenza, marginalità o ordine pubblico
Villaggio attrezzato Definizione amministrativa usata da Roma Capitale Fa capire che esiste un dispositivo pubblico, non solo uno spazio informale
Superamento del sistema campi Obiettivo di politica sociale e abitativa Sposta il focus dalla semplice gestione alla transizione verso soluzioni più stabili
Inclusione abitativa Esito atteso delle politiche Misura il successo non sullo sgombero, ma sulla capacità di costruire alternative reali

Questa distinzione non è burocratica. Se uso un termine diverso, cambio anche la domanda di fondo: sto parlando di un luogo da chiudere in fretta, o di una questione urbana e sociale da risolvere bene? La differenza è enorme, soprattutto quando il racconto pubblico tende a semplificare tutto in una sola immagine. Da qui ha senso passare ai numeri, perché sono i numeri a mostrare quanto il tema sia concreto.

Numeri, progetti e stato degli interventi nel 2026

Secondo il Piano d’Azione Cittadino per il superamento del sistema campi 2023-2026, al 31 dicembre 2022 nei sei villaggi attrezzati di Roma Capitale erano presenti 2.261 persone complessive. Nel solo villaggio di Castel Romano risultavano 107 nuclei familiari, per un totale di 439 persone, di cui 211 minori. Il dato dice già molto: non si tratta di un insediamento residuale, ma di un contesto in cui la presenza di bambini e adolescenti è rilevante e obbliga a ragionare in termini di scuola, continuità educativa e accesso ai servizi.

Lo stesso documento segnala che una quota consistente delle persone presenti era priva di documentazione di soggiorno regolare, con Castel Romano tra i villaggi con la percentuale più alta. Lo leggo come un indicatore di fragilità amministrativa e sociale, non come una caratteristica identitaria delle persone. È un passaggio importante, perché spesso il dibattito pubblico confonde la condizione prodotta dall’esclusione con la presunta natura del gruppo che la subisce.

Nel 2026, intanto, il quadro istituzionale resta attivo. Roma Capitale ha in corso un progetto di azioni di accompagnamento e inclusione per il superamento del villaggio attrezzato di Castel Romano, con durata dal 1 marzo 2025 al 31 ottobre 2026 e un importo complessivo di 2.398.062,93 euro. Il progetto è articolato in quattro lotti:

  • servizi per l’antiziganismo, l’inclusione sociale e la promozione della salute;
  • servizi per la regolarizzazione documentale;
  • servizi per l’accesso all’istruzione, alla formazione e al lavoro;
  • servizi di housing.

Qui il termine chiave è accompagnamento. Vuol dire che il superamento, se vuole funzionare davvero, non coincide con uno spostamento secco, ma con un lavoro progressivo su casa, documenti, scuola e rete sociale. È proprio su questo terreno che si misura la credibilità di una politica pubblica, e il punto successivo è capire dove si vedono le criticità più resistenti.

Le questioni sociali che restano aperte

Castel Romano continua a essere interessante non perché rappresenti un’eccezione, ma perché rende visibili le fratture che molte città preferiscono tenere sullo sfondo. Quando guardo casi come questo, le questioni che emergono subito sono quattro.

  • Documenti: senza una posizione amministrativa chiara, anche le altre soluzioni rallentano. La regolarizzazione non è un dettaglio tecnico, ma la porta d’ingresso a scuola, salute e lavoro.
  • Scuola: la presenza di molti minori significa che la distanza fisica e simbolica dalla città incide sulla frequenza, sulla continuità didattica e sui passaggi tra i cicli scolastici.
  • Lavoro: l’accesso all’occupazione resta debole quando i servizi di orientamento, formazione e mobilità non sono abbastanza stabili.
  • Casa: l’uscita da un villaggio attrezzato ha senso solo se porta a un alloggio ordinario, non a una nuova forma di attesa o di spostamento forzato.

C’è un equivoco ricorrente: confondere il superamento di un insediamento con la soluzione del problema. Non è la stessa cosa. Un’area può essere svuotata e, allo stesso tempo, lasciare irrisolti documenti, accesso ai servizi e diritto all’abitare. Per questo, quando si parla di Castel Romano, io preferisco ragionare sui processi più che sugli annunci. Ed è proprio qui che entra in gioco il modo di raccontarlo visivamente.

Volontari della Croce Rossa Italiana al campo rom di Castel Romano, davanti a una porta di legno.

Come lo leggerei con uno sguardo documentario

Da un punto di vista fotografico, Castel Romano è un caso delicato. Se lo si fotografa male, diventa rapidamente un repertorio di recinti, lamiere, fango e assenza. Se lo si fotografa bene, invece, diventa un racconto sulla produzione della marginalità e sulla vita quotidiana dentro un sistema urbano diseguale. Io partirei sempre da qui: non cercare solo il segno del disagio, ma la struttura che lo rende persistente.

In un lavoro documentario serio, la sequenza delle immagini conta quanto il singolo scatto. Una foto ampia può mostrare la separazione fisica; un dettaglio può rivelare la banalità del vivere; un ritratto, se costruito con rispetto, restituisce agency e non solo vulnerabilità. Senza questo equilibrio, la narrazione scivola facilmente nel voyeurismo.

  • Mostrare il bordo della città: strade, accessi, distanze, fermate, attraversamenti. Il contesto spiega quanto il luogo sia connesso o isolato.
  • Alternare scala e gesto: panoramiche, dettagli domestici, attese, spostamenti, ritorni da scuola. La vita quotidiana è il dato che più spesso manca.
  • Usare didascalie precise: data, luogo, situazione, senza aggettivi moralizzanti. La precisione impedisce alla foto di diventare solo atmosfera.
  • Evitare l’estetica della rovina: il degrado, quando c’è, non va abbellito. Va capito.
  • Riconoscere la presenza delle persone: non solo come soggetti da guardare, ma come interlocutori del racconto.

Quando lavoro su temi simili, la regola che seguo è semplice: se l’immagine conferma solo un pregiudizio già presente, non sta facendo davvero documentario. Sta solo ripetendo una formula. E a Castel Romano questa prudenza è ancora più necessaria, perché il confine tra testimonianza e stereotipo è sottile.

Perché Castel Romano dice molto della città che lo circonda

Il valore di questo caso non sta soltanto nell’insediamento in sé. Sta nel modo in cui Roma decide di governare le proprie fratture. Il Piano d’Azione Cittadino, la rete di servizi e la collaborazione con terzo settore, scuola, salute e forze locali mostrano che il problema viene finalmente letto come una questione di inclusione e non solo di controllo. È un passaggio importante, anche se non basta ancora a chiudere il divario tra intenzione e risultato.

Il punto più fragile, a mio avviso, è sempre lo stesso: un progetto funziona davvero solo se i passaggi abitativi sono sostenibili e se il supporto non finisce nel momento in cui una famiglia esce dal villaggio. Altrimenti si ottiene un trasferimento, non un’inclusione. E la città finisce per riprodurre in un altro punto la stessa precarietà che dice di voler superare.

Castel Romano, insomma, è una cartina di tornasole. Racconta come Roma gestisce i suoi margini, quanto pesa la distanza dai diritti e quanto sia difficile trasformare una politica di emergenza in una politica di cittadinanza. È un tema che parla di persone, ma anche di forma urbana, di linguaggio istituzionale e di responsabilità collettiva.

Dove si vede se il superamento ha funzionato

Per capire se il percorso su Castel Romano sta producendo effetti reali, io guarderei cinque segnali molto concreti: stabilità abitativa, continuità scolastica, documentazione regolarizzata, accesso ai servizi sanitari e possibilità di lavoro o formazione. Se questi elementi avanzano insieme, allora il superamento non è solo una formula amministrativa.

Se invece il villaggio si svuota senza generare soluzioni durevoli, il problema si sposta soltanto più in là. È una lezione utile non solo per Roma, ma per tutte le città che continuano a trattare le periferie come luoghi da contenere invece che come parti vive dello spazio urbano. Ed è qui che, più di ogni altra cosa, si misura la qualità di un racconto critico su Castel Romano.

Domande frequenti

Nei documenti di Roma Capitale è la definizione amministrativa dell'insediamento: indica un'area organizzata per ospitare nuclei Rom e Sinti con servizi e controlli dentro un perimetro distinto. Non è solo una formula burocratica, perché cambia il modo di leggere il problema e fa capire che si tratta di un dispositivo pubblico, non di uno spazio informale.
Nel Piano d'Azione Cittadino per il superamento del sistema campi 2023-2026, al 31 dicembre 2022 risultavano 107 nuclei familiari, 439 persone e 211 minori nel solo villaggio di Castel Romano. Lo stesso quadro segnala anche una quota elevata di persone senza documentazione di soggiorno regolare, letta come fragilità amministrativa e sociale.
Roma Capitale ha attivo un progetto di accompagnamento e inclusione per il superamento del villaggio attrezzato di Castel Romano, dal 1 marzo 2025 al 31 ottobre 2026, per 2.398.062,93 euro. I quattro lotti riguardano antiziganismo e salute, regolarizzazione documentale, accesso a istruzione, formazione e lavoro, oltre all'housing.
L'articolo indica cinque segnali concreti: stabilità abitativa, continuità scolastica, documentazione regolarizzata, accesso ai servizi sanitari e possibilità di lavoro o formazione. Se manca uno di questi elementi, il rischio è che il problema si sposti soltanto altrove invece di essere risolto.
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periferia rom istruzione regolarizzazione alloggio
Autor Giuliano De rosa
Giuliano De rosa
Mi chiamo Giuliano De Rosa e ho 14 anni di esperienza nel campo della fotografia documentaria, con un particolare focus sulla cultura e la società. La mia passione per la fotografia è nata da un desiderio profondo di raccontare storie e mettere in luce le realtà spesso trascurate. Attraverso il mio lavoro, cerco di esplorare le dinamiche sociali e culturali che ci circondano, offrendo uno sguardo critico e riflessivo. Mi dedico a scrivere articoli che analizzano temi complessi, cercando sempre di semplificare le informazioni per renderle accessibili a tutti. Sono convinto che una buona narrazione visiva possa stimolare il dialogo e la comprensione reciproca. Per questo motivo, mi impegno a fornire contenuti utili, accurati e aggiornati, verificando sempre le fonti e confrontando diverse prospettive. La mia missione è quella di contribuire a una maggiore consapevolezza culturale attraverso la fotografia e la scrittura.
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